E’ uno dei disegnatori satirici che hanno commentato molta storia del nostro Paese

«Campi? E’ governata da Firenze. Bisogna dire no
a inceneritore e aeroporto»

Intervista al noto vignettista campigiano Giuliano Rossetti pubblicata sul settimanale BISENZIOSETTE

Ha festeggiato 3 anni fa il suo ottantesimo compleanno e ancora non ha perso il vizio di fare vignette. Giuliano Rossetti, nato il primo maggio del 1935 è uno dei disegnatori satirici più conosciuti che, con la sua sintesi graffiante, ha commentato molta storia di questo Paese. Giuliano ha l’ironia nel dna. Cacciatore da sempre, all’epoca dei referendum anticaccia, una delle sue vignette più famose che ritraeva il cacciatore armato con il lapis, venne usata per sostenere la campagna d’informazione. Originario del Gorinello, dove ha vissuto fino a 13 anni, ha sempre mantenuto un legame forte con Campi e la sua gente. Cresciuto a Tripoli in Libia, dove si è diplomato al liceo classico, ha pubblicato le sue vignette sulle più importanti riviste italiane e straniere.Siamo andati a trovarlo nel suo storico studio di Novoli per parlare con lui delle grandi trasformazioni della Piana e del bilancio di una vita trascorsa a commentare il mondo.
Giuliano il primo maggio del 2015 ha compiuto 80 anni e francamente li porta molto bene, può tracciare un bilancio della sua vita?
«Molti dei miei coetanei sono morti molto giovani, poco più che ragazzi. Chi è sopravvissuto come me è forte. Mi sembra di vivere da tre secoli. Il mondo di oggi rispetto a quello in cui sono nato io è un altro pianeta e di questo pianeta ho mantenuto certe abitudini come quella di scrivere lettere per esempio. Io non scrivo messaggini al cellulare, li leggo ma non li scrivo. Tanto per fare un esempio quando mi hanno invitato al congresso di gerontologia a Firenze mi inviavano dei messaggi per sapere se ero arrivato. Io, a un certo punto, mi sono alzato fra il pubblico e ho detto a voce alta al presidente che era al tavolo dei relatori che sì ero arrivato, suscitando una risata generale. Non voglio fare il bilancio del passato perché vivo il mio tempo. I cosiddetti «tripolini», gli amici che sono cresciuti con me a Tripoli, tutti gli anni organizzano delle cene per incontrarsi. Non si parla di altro che di ricordi, di una tristezza infinita. Ci sono stato una volta sola e non ci torno. Devo anche dire che il vantaggio del mio mestiere è che ti fa stare agganciato al tempo in cui vivi».
Ha vissuto gran parte della sua giovinezza a Tripoli come ricorda quel periodo?
«Mio padre che era originario di Tizzana, era camionista, lavorava in Africa orientale ed era arrivato a Tripoli con gli inglesi dove aprì un’officina meccanica. E’ stato un bel periodo. Eravamo diecimila italiani di cui 9000 siciliani. Camminavamo sui terrazzi che erano i tetti delle case dove, noi ragazzi, ci davamo appuntamento. Mi ricordo anche che la convivenza con gli arabi era positiva. Non erano così religiosi come oggi. Io non ricordo questo fanatismo. Frequentavano la moschea per pregare ma anche per fare il bagno che era obbligatorio per poter entrare nel luogo di culto. La vita era tranquilla e i tempi molto lenti. Mi ricordo che, quando furono installati i semafori a Tripoli, si verificarono una serie d’incidenti al punto che dovettero toglierli. Mi manca molto il mare, questo sì».
Entriamo nel vivo. Lei è nato al Gorinello, una frazione di Campi, dove, ancora oggi torna spesso, cosa ne pensa del progetto del nuovo aeroporto e dell’inceneritore?
«Perché si devono realizzare aeroporto e inceneritore nella Piana? Ma perchè proprio a Campi? Ci sono zone di Firenze che sono intoccabili. La Piana è l’unico sbocco che ha Firenze per allargarsi, per creare l’area metropolitana. Gli aeroporti da che è mondo e mondo si realizzano fuori dalle città. L’aeroporto di Firenze deve rimanere quello che è e bisogna investire su Pisa e su Bologna. Si parla di questo aeroporto fin da quando ero piccolo. Un progetto che avrebbe dovuto essere realizzato nella Piana è La Cittadellla di Della Valle. I campigiani devono prendere una posizione decisa anche contro la realizzazione dell’inceneritore. Non si può prima firmare la guerra e oggi l’armistizio che non è nè pace nè guerra. Il problema è che Campi è gestita come Firenze che la governa. E’ sempre stata un satellite della città gigliata».
Che rapporto ha con Firenze?
«Vivo a Firenze dal ‘55 e la amo profondamente, questa città mi ha inquinato. Non potrei vivere altrove. In quegli anni era bellissima, basti pensare che per andare in via Ghibellina ci si cambiava d’abito. C’era un profondo rispetto per la città, anche il turismo era bello, non sciatto come oggi. Oggi è ingestibile e amministrata male. Credo che, ormai, sia impossibile cambiare le cose. Le gite scolastiche, poi, hanno rovinato tutto. Sono la cosa più inutile che ci possa essere dove c’è di tutto tranne che la cultura».
Cosa ne pensa della scuola?
«Mi piace molto la riforma di Matteo Renzi, l’ho letta e mi convince. Ai miei tempi la scuola funzionava, il declino è avvenuto dopo il ‘68. Prima ti insegnavano che per andare bene bisognava studiare. Io, dopo il liceo, mi sono iscritto alla facoltà di architettura a Firenze ma ho interrotto gli studi. Nel ‘68 avrei potuto benissimo laurearmi con una tesi su Mao, come facevano in tanti. Ma che senso avrebbe avuto? Certo spero che, quelli che lo hanno fatto, non abbiano progettato e costruito niente. A sinistra e i sindacati hanno portato il degrado nella scuola. Oggi i sindacati gestiscono la crisi come negli anni Sessanta ma i tempi sono cambiati. Vogliono soltanto la loro sopravvivenza. L’unico ad avere avuto il coraggio di attaccare i sindacati è stato Renzi. Non devono fare politica, hanno un altro compito da portare avanti. Non si può indire uno sciopero il primo giorni di scuola che è un giorno magico e non si può togliere a un bambino un giorno magico».
Oggi i partiti sono quasi scomparsi cosa ne pensa di questa situazione?
«E’ un bene e un male allo stesso tempo. E’ un male perché viene a mancare il ruolo di aggregazione e di confronto ma è un bene perché si erano trasformati in un enorme centro di potere. Oggi non ci sono più politici, non esiste più una scuola politica. Prima s’imparava il mestiere andando a bottega come hanno fatto Michelangelo, Giotto, Brunelleschi e altri grandi artisti. De Mita, per esempio, era un politico, Renzi no ma si dà da fare e poi c’è la cricca di D’Alema che ha fatto resuscitare Berlusconi».
Cosa le dà più fastidio?
«L’ignoranza non la sopporto. Oggi vedo che siamo tutti politici ma quando si fa una cosa si deve sapere, conoscere, studiare. Io non voglio imparare a mandare i messaggi per telefono ma è una mia scelta. L’attentato ai colleghi della redazione di «Charlie Ebdo» è una cosa che mi ha fatto stare molto male perché non ha senso».
Il suo lavoro è cambiato?
«Sì ma è giusto così perché le cose cambiano. Certo è che non mi diverto più come un tempo. Prima potevo fare tutto quello che volevo con Repubblica, poi quando sono cambiati i vertici un po’ meno. La censura esiste e quando è sfacciata mi dà fastidio. Collaboro con il «Corriere Fiorentino». Mi chiamano prima di cena per gli argomenti e io durante la cena ne parlo con mia moglie che mi dà quasi sempre l’ispirazione. Ho intenzione di scrivere un libro sul capolavoro di Snoopy ispirandomi all’incipit dei suoi numerosi racconti battuti a macchina: “Era una notte buia e tempestosa…” con tutte le pagine bianche».
La sua più grande vittoria?
Lei era molto amico di Carlo Monni. Le manca?
«Tantissimo. Era una persona eccezionale. Ci vedevamo spesso e parlavamo. Mi piaceva ascoltarlo. Mi manca molto»
«I cinquant’anni di matrimonio con mia moglie Lisetta. Senza di lei sarei perso»