La storia di Alex Pieraccini, 37 anni sembra quella di Saroo, il ragazzo indiano che alla fine degli anni ‘80 perse la strada per tornare a casa. La storia uscita sul settimanale BISENZIOSETTE

Trova la madre biologica dopo 27 anni grazie a Facebook

Come in un film un giovane che ha abitato a Campi e a Signa per un certo periodo ha ritrovato la propria mamma biologica dopo 27 anni grazie a Facebook. La storia di Alex Pieraccini, 37 anni sembra quella di Saroo, il ragazzo indiano che alla fine degli anni ‘80 perse la strada per tornare a casa e dopo aver trascorso un periodo da solo per le strade di Calcutta venne portato in orfanotrofio e poi adottato. La storia di Saroo è stata raccontata nel film «La strada verso casa» uscito nel 2016 e diretto da Garth Davis. Alex, proprio come il bambino indiano, dopo anni è riuscito a trovare la mamma e i suoi fratelli che abitano in Brasile e anche nel suo caso decisivo è stato l’apporto di internet, nella fattispecie del profilo Facebook “Figli adottivi cercano genitori biologici”.
Una vicenda difficile quella di Alex che oggi ha una compagna.

Da dove comincia la sua storia Alex?

«Nella favelas Fo Itaim Paolista nel quartiere Vila Itaim nella città di San Paolo del Brasile. Mia mamma viveva in una baracca e io ero andato ad abitare nella casa di mio zio con mio cugino Roberto. A sei anni sniffavo la colla per sopravvivere come tanti altri miei coetanei. La vita in quella casa che era una stanza era tremenda perché nostro zio la sera si travestiva da donna e usciva per prostituirsi. Io e Roberto rimanevamo soli e mi ricordo che in casa entravano i ladri e dalla paura ci rimpiattavamo sotto il letto e aspettavamo che se ne andassero. La mattina lo zio rientrava ubriaco e ci picchiava con la cinghia. Una vita di paure e violenze che io e mio cugino non riuscivamo più a sopportare e dalla paura siamo scappati».

E dove siete andati?

«Nella metropoli di San Paolo. Due bambini di sei anni in una città di 21 milioni di abitanti. Abbiamo vissuto per strada e dormito con i barboni rischiando di essere uccisi dai poliziotti corrotti per il traffico di organi che in quegli anni era il rischio più grande che correvano i ninos de rua».

Poi cosa è successo?

«Per un anno abbiamo fatto questa vita fino al giorno in cui è arrivato un angelo, un uomo che posso soltanto definire così, che ha portato me e Roberto su un autobus e ci ha lasciato davanti a un istituto. Lo chiamo angelo perché quel gesto di un cittadino ci ha salvato la vita, ci ha tolto da una situazione di disperazione e forse di morte. Nell’istituto ci siamo rimasti per un anno. Mi piaceva stare là dentro. Rispetto alla strada mi sono sentito rinascere».

Quando ha lasciato l’istituto?

«Un giorno ci hanno detto che saremmo stati adottati e che presto avremmo conosciuto la nostra famiglia adottiva. Così è successo. I miei genitori, una coppia di fiorentini sono venuti in Brasile e hanno trascorso un mese con me e Roberto a Rio de Janeiro».

Quando siete venuti in Italia la vostra vita finalmente è cambiata.

«Sono arrivato in Italia senza educazione e istruzione e cercavo amore. Con i miei genitori adottivi non sono riuscito ad avere un bel rapporto, erano molto rigidi e io sentivo che avevo bisogno di amore e alla fine ho vissuto questa adozione come un altro abbandono. Purtroppo a 15 anni ho ricominciato a frequentare la gente di strada e sono finito nella droga. Ci sono rimasto per 15 anni».

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Allora è cominciato un altro calvario…

«Sì ma nel 2008 ho conosciuto una ragazza che si chiamava Elisa Benedetti e sono andato a convivere con lei a Città di Castello. Portavo avanti le mie dipendenze ma lei mi dava amore e io ero innamorato. Elisa nel gennaio 2011 ha avuto un incidente ed è morta assiderata nel bosco. Aveva trascorso una serata con le amiche. Il caso è finito su tutte le cronache e in un primo momento anche io ero fra i sospettati. Per me la sua morte è stata un duro colpo, sono stato malissimo. Mi è crollato il mondo addosso. Ho avuto gli incubi per settimane e quando sono tornato a Firenze sono stato costretto ad andare abitare da mio zio in Campo di Marte perché ero assediato dai giornalisti.
Dopo la morte di Elisa ho deciso di fare un percorso e disintossicarmi dalla droga. Mi sono tatuato il suo nome sul collo. Sono andato al Sert e poi nella comunità di San Patrignano dove ho imparato l’ordine e le regole. Dopo quattro anni di percorso sono andato a Trento e poi a Rimini a lavorare».

Come ha conosciuto Diletta la sua compagna?

«Due anni fa, ci siamo conosciuti tramite un amico comune su Facebook. Io nel frattempo ho continuato ad avere problemi con la mia famiglia adottiva anche se ho cercato di riavvicinarmi alla mia mamma adottiva ma senza successo. Mi mancava la mia mamma biologica e sognavo spesso una donna con il volto somigliante al mio e di nome Lucia. Io non sapevo niente della mia famiglia in Brasile perché la mia mamma adottiva non aveva mai voluto farmi vedere le carte dell’adozione. Avevo soltanto questo sogno. E’ stata Diletta a segnalare la mia storia sul profilo Facebook “Figli adottivi cercano genitori biologici”. Mi hanno messo subito in contatto con Miguel Senna che in meno di 48 ore è riuscito a rintracciare la mia mamma che si chiama Luzia. E’ stata un’emozione indescrivibile».

E’ riuscito a incontrare sua mamma?

«Purtroppo no. Quando ci siamo trovati abbiamo parlato per ore e ore in video chiamata, piangendo. E’ una donna semplice che non sa leggere e scrivere e che vive cucendo i materassi. Mi ha detto che mi ha sempre cercato che non sapeva che ero finito in Italia e che al momento della scomparsa era andata dalla polizia per fare la denuncia ma le dissero che erano già state fatte le pratiche di adozione.
Ho scoperto di avere otto fratelli, io sono il secondogenito».

Un sogno che si è avverato solo in parte perché non ha potuto riabbracciare la sua mamma biologica…

«Mi piacerebbe almeno fare venire mia mamma in Italia. Dopo averla ritrovata ho cominciato a credere in Dio, per me è stato un dono».

E adesso il suo sogno più grande qual è?

«Rendere pubblica la mia storia, far sapere a tutti che ci sono persone come Miguel Senna che aiutano in maniera seria e senza prendere un soldo i ragazzi adottati che cercano la famiglia biologica. Miguel ha trasformato il sogno della mia vita in realtà e gli sarò grato tutta la vita. Mi piacerebbe anche riallacciare i rapporti con la mia mamma adottiva. Ci ho provato ma non ci riesco. Inoltre mi piacerebbe avere una figlio, una bambina che vorrei chiamare Elisa perché se sono riuscito a uscire dal tunnel della droga lo devo a lei».