Cambio al vertice del Consorzio Chianti classico. Giovanni Manetti, vitocoltore, 55 anni, è il nuovo presidente del Consorzio del Chianti classico. Chiantigiano, uno dei promotori del biodistretto e un punto di riferimento per i viticoltori di Panzano e non solo. Già vicepresidente del Consorzio, nel 1992 è stato consigliere nel cda del Chianti classico. Un viticoltore artigiano, come ama definirsi, che ama il proprio territorio perché, parafrasando le sue parole, è da qui che si parte per fare un buon vino.

Come ha accolto questa nomina?

«Mi è stato chiesto da tutti i soci e agricoltori di impegnarmi in questa nuova avventura. Ho accettato anche se con un pizzico di follia perché so che l’impegno è tanto e richiede tempo ed energie. Così per amore del territorio ho detto di sì. È un impegno che riguarda tutti gli operatori del settore, avendo però ben chiara la responsabilità del Consorzio che conta 300 soci e rappresenta un settore da milioni di euro di fatturato. La responsabilità è tanta e il Consorzio può fare tanto per assistere i viticoltori e gli agricoltori in modo che possano fare sempre meglio e affrontare i mercati».

Dice “di fare meglio”. Al lato pratico cosa intende?

«L’obiettivo del mio programma è l’ulteriore valorizzazione della denominazione di vino Chianti classico. Tantissimo è già stato fatto, soprattutto con le riforme degli ultimi anni. Penso alla produzione della tipologia Gran selezione che è una nuova tipologia di Chianti classico rivolta ad un target più alto e ha fasce di prezzo più elevate. Altrettanto importante è la qualità, che è veramente elevata, che permette di competere con i grandissimi vini di tutti il mondo. È già uno sforzo da parte del Consorzio portare in alto l’asticella e dare finalmente al vino Chianti classico il posto che gli compete nel panorama vitivinicolo mondiale. Di stare, insomma, in mezzo ai grandi vini del mondo. Penso al Bordeaux, ai vini della Borgogna o a quelli della California».

Il vino bianco italiano si afferma nel mondo diventandone leader, staccando anche i francesi. Anche le esportazioni fanno ben sperare. Si parla di un +4%. Il futuro del Chianti classico guarda all’estero?

«Noi dobbiamo guardare sia al mercato interno che a quello estero. Quello interno sta dando segnali positivi e di risveglio. È da almeno un anno che si registrano dei segnali di miglioramento delle vendite di Chianti classico in Italia. In questo ha contribuito anche il turismo che sta sempre aumentando. L’estero, invece, è una buona fetta del nostro mercato. Siamo presenti negli Stati Uniti con oltre il 30% delle nostre vendite, la Germania si aggira intorno al 15% e poi a scalare tutti i 130 Paesi dove il Chianti classico è presente. L’idea è quella di continuare in questa direzione e di non concentrarci su unico mercato, ma guardare a tutti. Anche quelli che sembrano maturi come per esempio Stati Uniti, ma che ancora hanno un forte potenziale di crescita sia perché l’economia sta andando molto bene o anche perché ci sono tanti Stati che ancora non si sono aperti ai nostri vini. Insomma, c’è ancora un potenziale enorme da sfruttare anche lì. I nuovi mercati come quelli asiatici, soprattutto la Cina, per esempio, hanno un forte potenziale, ma bisogna lavorare sul marketing e la comunicazione».

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Lei è anche uno dei promotori del biodistretto. Il futuro passa dal biologico o è ancora una nicchia nel mondo della viticoltura?

«Il biologico si sta sviluppando a passo spedito. I numeri attuali ci dicono che oltre il 30% del vigneto chiantigiano è prodotto con metodi biologici. E questa percentuale sta crescendo ogni anno. C’è una presa di coscienza, una consapevolezza da parte di tutti gli agricoltori chiantigiani. Anche chi non è impegnato in questa direzione ha comunque una sensibilità ambientale e lavora nel ridurre l’uso di prodotti chimici e a cercare di fare il vino in modo più naturale possibile. Secondo me è la chiave per aggiungere la qualità. Non ci sono solo motivi ecologici che portano all’uso del biologico, ma anche motivi qualitativi. Se qualità vorrà dire in futuro territorialità, quindi capacità di trasferire il territorio all’interno della bottiglia, chiaramente nei confronti del territorio bisogna avere un rispetto particolare: quindi verso l’ambiente, la natura. Di questo ne sono profondamente convinto. Registro con piacere, infatti, che tutto il territorio sta andando in quella direzione. Quindi, c’è già chi è biologico, ma vedo davvero in tutti l’impegno ad andare verso una agricoltura più naturale e più ecosostenibile».

Una sentenza del Tar ha sospeso il piano di controllo dei caprioli. Cosa pensa al riguardo?

«Ho colto la notizia con profonda amarezza e delusione perché non ci aspettavamo una sentenza così, soprattutto proprio nel momento della maggiore presenza degli ungulati, specialmente caprioli. E a pochi giorni dalla vendemmia. Basta andare a giro nei vigneti chiantigiani e si nota una presenza di ungulati incredibile ed enorme. È questo il momento in cui stanno facendo il danno maggiore. Pascolano a decine e centinaia nei nostri vigneti, mangiando le nostre uve che sono state coltivate con passione e amore. Oltre al danno la beffa. È una cosa che mi addolora e che mi fa molta rabbia. Ci vuole anche uno sforzo da parte delle istituzioni per ridurre un po’ i danni provocati. Poi sentenze come queste sono inconcepibili».

Tra pochi giorni inizierà la vendemmia. Che annata sarà?

«Le prospettive sono molto buone. Al livello quantitativo è in media con quella degli anni passati. La qualità è ottima. Le uve sono belle e fresche, capaci di dare dei vini equilibrati e che non daranno picchi altissimi di alcool, con una buona componente acida che dà freschezza. Tutto sta anche nelle condizioni meteorologiche da qui alle prossime settimane. Tra una decina di giorni penso che si inizi con il Sangiovese e mi auguro che tutto vada per il meglio».