Dopo 37 anni di lavoro il 31 dicembre 2015 è stato l’ultimo giorno in cui la dottoressa Giovanna Biagiotti, calenzanese doc, ha svolto il suo grande lavoro di medico di base, considerati i suoi 1500 pazienti.
L’articolo uscì su Bisenziosette dell’8 gennaio 2016.

La pensione di Giovanna Biagiotti, medico di base e calenzanese doc

Ultimo giorno, da un certo punto di vista, solo formale, perché quando uno fa il medico lo rimane per tutta la vita, anche dopo il pensionamento:

«Ci sono pazienti che non posso lasciare e continuerò a vederli privatamente – esordisce la Biagiotti – perché affetti magari da patologie più complesse e perché legati a me da un forte legame. Continuerò poi a seguire la mia specializzazione, l’ematologia, e a dedicarmi come volontaria all’Associazione Italiana Leucemie visto che avrò più tempo a disposizione. E’ impossibile smettere del tutto con questo mestiere».

Un po’ di tempo libero spera certamente di ricavarselo per dedicarlo alla famiglia e a qualche hobby sempre trascurato, «come il giardinaggio, i miei cani o la barca a vela», ma poi conta di esserci sempre per un consiglio o una consulenza.
Il medico di famiglia, infatti, nel tempo è stato molto di più di un semplice “compilatore di ricette”: «Ho vissuto la parte più bella di questa professione – continua -, quando il medico doveva letteralmente “annusare” i propri pazienti e guardarli negli occhi, sia per capire cosa non andava ma anche per instaurarci un vero dialogo, fondato sulla fiducia, anche quando bisognava comunicare notizie non positive. Il dottore di base da sempre è molto più di questo: è un confidente, uno psicologo. Negli ultimi anni però, con l’introduzione della parte telematica, i dottori sono stati fatti carico di compiti che esulano dalla professione vera, facendoli avvicinare più a burocrati. Questa parte del lavoro, perlomeno io, non l’ho digerita bene».
La Biagiotti ha iniziato nel 1978, quando venne chiamata per una prima sostituzione del dottor Alberto Tognetti.

«Avevo appena 24 anni – racconta – e ricordo che quando mi recai per la mia prima visita a domicilio venni respinta perché fui scambiata forse per una venditrice porta a porta. Rimasi di stucco e dopo qualche minuto risuonai quel campanello, premettendo di essere il nuovo medico curante. All’inizio esercitare nel mio paese è stato forse un ostacolo: le persone con cui ero cresciuta dovevano reinquadrarmi come una professionista, dovevano imparare a vedermi in questa nuova veste. Poi invece il lavoro è stato facilitato perché conoscevo da vicino la realtà in cui lavoravo».

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