E’ uno dei più importanti pittori che lavorano in America ma le sue origini sono campigianissime e ci tiene a sottolinearlo: parliamo di Marco Sassone, artista che ha esposto le sue opere anche a New York, Los Angeles, Parigi, San Francisco, Firenze e Tokyo oltre ad aver ricevuto il titolo e la decorazione di Cavaliere Ufficiale al Merito dell’Ordine della Repubblica Italiana dal Presidente Sandro Pertini nel 1982. Una carriera costellata di successi per l’artista di fama mondiale che però conserva ancora nel cuore la sua Campi Bisenzio.

Come si è avvicinato al mondo dell’arte?

“La mia introduzione al mondo dell’arte e della pittura risale ad età giovanissima. Devo dar credito almeno inizialmente a mio padre, Nicola, pittore, cantante e direttore artistico all’epoca del Teatro Dante a Campi Bisenzio, dove ebbi in regalo la mia prima scatola di acquerelli. Poi dopo il trasferimento nel 1954 della famiglia a Firenze, conobbi fra gli altri, Ottone Rosai durante alcuni preziosi incontri in via San Leonardo. La passione c’era ma non avevo ancor alcuna idea di intraprendere questa professione. Iniziai a dipingere su tavolette di compensato alla maniera dei Macchiaioli dopodiché all’Istituto Galileo Galilei incontrai il professor Silvio Loffredo”.

Cosa l’ha influenzata di più nel suo percorso artistico?

“Senza dubbio all’epoca l’incontro con il maestro Silvio Loffredo. Mi ricordo che dai finestroni del suo studio si poteva quasi toccare il Battistero che il maestro ritraeva ad ogni occasione. La visione dentro lo studio mi appariva ugualmente incredibile: tele una sopra l’altra, barattoli di tinte aperti e pennelli da tutte le parti. Un posto in totale disordine che trovavo tanto bello e affascinante, e che influenzò in modo non indifferente le mie aspirazioni. A sua volta Silvio, che in seguito divenne mio carissimo amico, era stato allievo del grande espressionista Oskar Kokoschka. L’esposizione a quello stile di pittura ebbe per me un profondo impatto che e’ sempre rimasto nel mio modo di dipingere durante tutti i miei pellegrinaggi ed eventualmente il mio arrivo in California nel 1967”.

Come descriverebbe la sua arte?

“Molto probabilmente come viene descritta qua: una pittura contemporanea lirico-espressionista. Un’ arte che possiede il suo filo conduttore che si e’ sviluppato spontaneamente, prima col mio affetto verso la pittura dei Macchiaioli e poi con l’evoluzione ad una pittura più espressionista. Oggi giorno in America con l’avvento di tutto questo assortimento piacevole di immagini d’arte digitale, devo dire che il mio stile pittorico si distingue ancor più per la sua line originaria”.

Fino a quanti anni ha vissuto a Campi Bisenzio e che ricordi ha del paese?

“Sono andato via da Campi, (dove sono nato nel 1942) da giovanissimo per trasferimi nel 1954 con la famiglia a Firenze e poi nel 1967 in America. Correntemente ho studio a Toronto in Canada, dove opero dal 2005. La mia cara mamma, Anna Maria Freschi mi indicò agli inizi degli anni ’80 che su un mio catalogo vi era stampato: Marco Sassone nato a Firenze. “Tu sei nato a Campi come me – esclamò – e devi correggere questa informazione”. Le mie radici campigiane sono legate alle famiglie Freschi e Biagiotti, i miei nonni materni. Sono nato e cresciuto in via Primo Maggio 10. Il negozio del nonno Giuseppe Freschi era situato in Corso Santo Stefano. Dal negozio si accedeva direttamente in casa. Tanti ricordi d’infanzia: la scuola, il gelato da Pacchino, la Bella Mora e il Codino dove mi recavo a giocare le schedine, compito affidatomi da tutta la famiglia. E poi il dopo scuola dal pievano Pietro Santoni, e dietro il Campo Santo dove giocavamo con le monete. Andavo spesso la domenica al campo sportivo a vedere la Lanciotto ed il suo centravanti Caiummi. Campi mi offrì anche, in un certo senso, la mia prima visione artistica. Infatti al rientro da scuola, un giorno incontrai in Corso Santo Stefano un clochard (a quell’epoca forse soltanto un beone), si chiamava “Il Dona”; un fatto di particolare significato che riapparirà tanti anni dopo sulle strade di San Francisco dove all’inizio degli anni ’90 rimasi intensamente a contatto con i senzatetto. Da qui nacque la mostra “Home on the streets” del 1994”.

Quanto c’è di Campi nelle sue opere?

“Tutto il mio Dna”.

Ha mai esposto qui?

“Nel 1973 rientrai a Firenze per la mia mostra “California” inaugurata da Piero Bargellini dove ebbi il piacere di rivedere anche Narciso Parigi, amico di famiglia a Campi. Tante emozioni e gioia per questo rientro e allo stesso tempo la realizzazione che ormai il mio destino era segnato. Sarei rimasto in America. Ricordo con affetto gli allestimenti in Italia: Milano, Venezia, Roma, la retrospettiva a Palazzo Ducale, Massa-Carrara; la mostra I Senzatetto a Santa Croce, e l’esposizione Il Maestro e L’Allievo a Pietrasanta, insieme a Silvio Loffredo e Oskar Kokoschka. Qui manca proprio Campi Bisenzio! Avrei tanto piacere nel presentare una retrospettiva a Campi”.

Attualmente a cosa sta lavorando?

“A parte il calendario mostre e il lavoro nello studio che rimane sempre la mia Alma Mater, sono impegnato con la mia causa corrente a Las Vegas presso la Corte Suprema del Nevada. Come accaduto ad altri artisti, le mie opere di grafica sono state falsificate e vendute alle aste online. Un evento che in principio mi ha veramente turbato, ma che poi in seguito e’ diventato più interessante per il lato positivo, in quanto ha ampliato l’afflusso dei collezionisti interessati alle mie opere in generale. Sono inoltre impegnato con il mio memoir dal titolo American Journey, un progetto iniziato 15 anni fa, che sto portando a termine adesso con un agente letterario qui a Toronto. Un intero capitolo del libro si intitola Campi Bisenzio, mio luogo di nascita”.

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