Ha visto la morte con i suoi occhi, ha perso i genitori e il fratello, è stato picchiato in Libia ed è sopravvissuto alle torture, è tornato alla vita dopo aver attraversato di notte il Mediterraneo. Per sommi capi è questa  l’incredibile storia di  Diallo Mohamed, 23 anni, originario dalla Guinea che proprio da pochi giorni ha ricevuto il permesso di soggiorno e che il 27 aprile debutterà nel palazzetto dello sport di Lastra a Signa come professionista nella boxe.

A presentare l’atleta “eccellente e molto precoce” è stato Fernando Padariso, presidente della Boxe Padariso che da circa tre anni allena Diallo per quattro volte campione toscano e ora prossimo al debutto nel professionismo. Fin da giovanissimo Mohamed ha sperimentato cosa siano la fame, la disperazione, la paura, il ghiaccio nelle ossa ed il sole che brucia la pelle.

In fuga da una persecuzione familiare

Nel raccontare la sua storia non riesce a trattenere le lacrime:

“Quando ero bambino avevo tre fratelli ed una sorella. Per una serie indicibile di diatribe familiari mio padre è venuto a mancare e poco dopo anche mia mamma è scomparsa. Rimasti orfani, due fratelli e mia sorella hanno vissuto a Dabola, mentre io con mio fratello più grande abbiamo convissuto presso la casa costruita da nostro padre in Guinea. Ma le faide familiari continuavano: prima è stata occupata la nostra casa obbligandoci a vivere in un magazzino, poi, a nostra insaputa, hanno venduto le nostre mucche che rappresentavano l’unica fonte di reddito e anche mio fratello è venuto a mancare. Così dovendo scappare da quella persecuzione familiare, mi sono messo in cammino e ho vagato per oltre 20km. Inizialmente sono andato in Costa d’avorio, poi a Beni, infine sono arrivato in Libia dove ad aspettarmi ho trovato la guerra”.

Sopravvissuto alle torture in Libia

Nel ricordare lo scoppio delle bombe, lo sguardo di Mohamed rimane imperturbabile per lunghi secondi.

“In Libia, prima siamo stati sequestrati e poi siamo stati picchiati per giorni, quando i nostri rapitori avevano capito che nessuno avrebbe pagato un riscatto per la nostra liberazione”.

Diallo ci mostra le cicatrici che ancora porta sulle caviglie:

“Mi hanno distrutto le gambe – ha aggiunto -. Quando siamo riusciti a scappare da quel lager sono tornato a lavorare e ho utilizzato 600 dinar per venire in Italia. Insieme a 90 persone a bordo di un gommone abbiamo navigato il mediterraneo per tutta la notte. Alle prime ore del mattino abbiamo iniziato ad imbarcare acqua e solo verso mezzogiorno è arrivato l’elicottero che ci ha messo in salvo. Così dopo qualche giorno sono arrivato al centro di accoglienza di Malmantile dove sono rinato: ho fatto la domanda per i documenti, ho preso la licenzia media, ho imparato l’italiano e ho iniziato ad indossare i guantoni della boxe”.

Una nuova vita

“Come vivo adesso? Alla grande, oggi ho un contratto di apprendistato come carrozziere, vivo da solo in un appartamento, ho ricevuto la protezione sussidiaria e con Jennifer ho incontrato l’amore”.

In pochi anni tutto si è ribaltato: dopo aver preso troppi pugni dalla vita è ora Diallo ad indossare i guantoni essendo riusciuto a fuggire dalla morte che lo perseguitava fin da bambino.

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