Un mese su BISENZISETTE è uscita l’intervista a Stefania Viani, la mamma del piccolo Franco Lori, morto  a 11 in Calvana mentre era in gita con la parrocchia il 26 giugno del 2012.

Bambino morto in Calvana, la mamma: “Vogliamo giustizia”

«Una storia che ha segnato la nostra famiglia nel profondo. Il ricordo di mio figlio è vivissimo e lo sarà sempre. A breve dovrebbero esserci delle novità provenienti dal tribunale. Preferisco non aggiungere altro, in questo momento». La voce al telefono è ferma, scolpisce parole come fossero massi e dà l’impressione che sia stata aperta una vecchia ferita mai del tutto rimarginata. La voce all’altro capo è quella di Stefania Viani, imprenditrice nel settore dell’abbigliamento, con un negozio ben avviato. Ma era soprattutto madre del piccolo Franco Lori, che perse la vita a soli undici anni il 26 giugno del 2012 in una vicenda che ancora oggi colpisce sia chi l’ascolta per la prima volta che chi, per contro, la conosce fin troppo bene.

La tragedia

Franco era un bambino come tanti, appassionato di calcio e di videogiochi. Una volta finita la scuola, i genitori lo avevano convinto a iscriversi ad uno dei tanti campi estivi organizzati dalle parrocchie pratesi e lui aveva accettato. Fra le attività ricreative proposte in quelle settimane c’era la classica gita fuori porta. Un’iniziativa già ripetuta più volte in passato, con l’itinerario che prevedeva un percorso in altura, sulla Calvana, per permettere ai bambini di immergersi nel verde e trovare riparo dalla calura estiva, cementando al tempo stesso lo spirito di gruppo. Ed ecco quindi che la comitiva formata da un’ottantina di persone, compresi i catechisti e il sacerdote, partono alla volta della meta. Inizia dunque la camminata, con l’ovvio obbiettivo di raggiungere la cima: l’unico rumore di sottofondo, nella calma serafica del luogo, è quello prodotto dalle risate e dalle urla allegre dei più piccoli, ben felici di una scampagnata del genere all’aria aperta. Quel pomeriggio però, il sole picchia particolarmente forte. Forse più dei giorni precedenti, in una delle estati più torride degli ultimi anni.

Gli amici

Gli amici vedono Franco in difficoltà, annaspare, fermarsi di tanto in tanto prima di riprendere la marcia. La sua carnagione assume un pallore sempre più accennato, ma pochi sembrano farci caso e ad ogni modo lo riconducono ad un semplice segno indotto dallo sforzo fisico. Non potevano immaginare quel che sarebbe accaduto di lì a poco. Non potevano immaginare che poco prima dell’arrivo alla vetta, avrebbero visto Franco sentirsi sempre più debole, accasciarsi a terra e perdere i sensi. Gli accompagnatori allertarono immediatamente i soccorsi e un elicottero arrivò a prelevarlo per trasferirlo d’urgenza a Careggi, in una corsa disperata contro il tempo.

La corsa in ospedale

Ma a Careggi, il piccolo arrivò in condizioni già critiche e purtroppo, per lui non ci fu più niente da fare. Ed eccoci agli interrogativi al quale la famiglia (e non solo) sta cercando di rispondere da sette anni: un intervento più solerte avrebbe potuto evitare la tragedia? E gli organizzatori della gita tennero conto delle condizioni meteo, al momento della partenza? Di sicuro c’è che lungo il percorso non c’è ombra. E quel giorno, la temperatura era alta come ogni estate. I bambini raccontarono di aver camminato a lungo e che erano stanchi. Erano accaldati e avevano sete. Ma solo Franco si sentì male. Erano una settantina, di età compresa fra i sei e i diciassette anni con gli accompagnatori, tutti della parrocchia di Paperino.

I genitori

I genitori, avvisati del loro ritorno, li hanno riabbracciati a metà pomeriggio. Non sapevano tuttavia che un compagno dei loro figli fosse morto, e fecero quadrato difendendo gli accompagnatori e il parroco don Carlo Gestri, in stato di choc.

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Gli altri bambini

Durante l’escursione, i bimbi non capirono bene cosa stesse succedendo. Ma erano provati, dal punto di vista fisico e psicologico. E quando videro il loro giovanissimo amico riverso a terra, apparentemente esanime, “crollarono” emotivamente, di botto. Così sono stati riaccompagnati a Prato, sette alla volta, con l’elicottero dei vigili del fuoco, che ha fatto la spola fra la Calvana e la caserma.

Anche l’allora vescovo di Prato, monsignor Gastone Simoni, si mise in contatto sia con il sacerdote che con la famiglia del bambino: quella sera incontrò oltretutto i genitori di Franco all’ospedale di Careggi. E la prima ad arrivare, in lacrime, una volta appresa la notizia, fu proprio Stefania, accompagnata dalla sorella e dalla nipote. Il padre, autotrasportatore, arrivò dopo circa un’ora: era al lavoro sulla costa toscana quando ha saputo della morte del piccolo, che era figlio unico.

«Lo abbiamo mandato sperando che si facesse nuovi amici, anche se lui preferiva stare in casa a giocare con il computer», ha raccontato Stefania.

La memoria va poi ai giorni immediatamente successivi, quando i genitori appesero sul balcone della camera di Franco, a Poggio (che dà peraltro proprio sulla chiesa) un lungo striscione polemico contro l’istituzione religiosa. «Quinto comandamento: non uccidere», si leggeva. A detta della famiglia, il bambino non aveva avuto particolari malattie. Amava il calcio, come detto. Era in particolare un tifoso della Fiorentina e aveva provato a correre dietro ad un pallone in alcune scuole calcio cittadine. C’è tuttavia un altro interrogativo che attanaglia i familiari: perchè l’elisoccorso arrivò ottanta minuti dopo la chiamata? Una domanda che si sono posti più volte, mossi probabilmente dalla convinzione che con una maggiore organizzazione e un più alto grado di coordinazione, i soccorsi sarebbero giunti in tempo per salvare il piccolo. E l’indagine successivamente aperta dalla magistratura aveva portato a processo i tre operatori del 118 (un medico e due infermiere) in servizio quel giorno, che raccolsero per primi la chiamata degli accompagnatori. L’accusa per i tre era quella di omicidio colposo, con gli inquirenti che li accusavano di aver ritardato l’invio del mezzo. La sentenza arrivò nel gennaio 2015, a quasi tre anni di distanza dallo svolgersi dei fatti. E si concluse con l’assoluzione, perchè a detta del magistrato, il fatto non sussisteva. Decisivi furono in quel caso i risultati della perizia disposta dal giudice stesso e discussa durante l’incidente probatorio, che portò alla ribalta un colpo di scena. I due consulenti spiegarono infatti in aula che Franco aveva una malformazione congenita al cuore. E che per questo motivo sarebbe stato impossibile stabilire con esattezza se il bambino si sarebbe potuto salvare con un’azione più tempestiva da parte dei soccorritori, viste le sue condizioni fisiche e lo sforzo a cui era stato sottoposto in una giornata particolarmente calda. Una sentenza che aveva tuttavia lasciato l’amaro in bocca ai familiari, che esternarono sin da subito l’attenzione di ricorrere in appello. E sulla storia era temporaneamente calato il silenzio, inghiottita dai tempi della giustizia. Almeno fino ai giorni scorsi. Noi lo scorso 3 aprile abbiamo raggiunto telefonicamente la madre, dopo i primi colloqui risalenti allo scorso febbraio.

«Dal nostro punto di vista, la questione non è ancora finita e continueremo ad andare avanti – ha concluso Stefania – nessuno mi restituirà mio figlio. Vogliamo giustizia».

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