La storia di Carolina Calistri, 37 anni, formatrice di volontari all’interno della Misericordia di Casalguidi. Un ruolo molto delicato per lei che ha vissuto in prima persona, nel corso della sua vita, anche esperienze sul campo. Questo l’articolo pubblicato lo scorso 22 febbraio sul GIORNALE DI PISTOIA E DELLA VALDINIEVOLE

L’angelo che insegna ai volontari

Carolina Calistri, 37 anni, informatore scientifico, entra nella Misericordia di Casalguidi nel 2005 come semplice volontaria fino a diventare formatore dei formatori, una delle poche donne riuscite a raggiungere tale livello. L’abbiamo raggiunta nei locali della Misericordia ottenendo qualcosa di più di più di una normale intervista, una lezione di vita.

Calistri, come è iniziato il tutto?

«Con una caduta da cavallo e soccorsa dai ragazzi della Misericordia, è iniziato da lì e sono felice di quella caduta. Poco dopo feci il corso base, a quei giorni studiavo a Firenze e mi portavo i libri in Misericordia. Compresi poi che il livello base mi stava stretto, vedevo gli altri più esperti che quando c’era un’emergenza schizzavano sull’ambulanza e partivano. Ascoltando i loro racconti al ritorno capii che dovevo diventare come loro».

Che cosa spinge una persona a fare il soccorritore o meglio: perché lo fate se non vi pagano?

«Quello che paga è il sorriso dell’anziano che aiuti, ascoltare i loro discorsi su quando c’era la guerra, quando lavoravano per un tozzo di pane, quando non potevano pagare il dottore o lo facevano con qualche uovo, di quando poi bisbigliano “meno male che ci siete voi”».

Quindi nessun pentimento nella decisione di fare il volontario.

«Pentimenti? Mai, irritazioni sì come quando veniamo chiamati, è capitato a me, per trasportare un ubriaco in ambulanza perché ci viene detto sarebbe costato troppo prendere un taxi. A volte, ci sono discussioni anche tra noi ma tutto ha sempre il solito fine, migliorare i servizi, ottimizzare le azioni perché a volte un dettaglio può salvare una vita».

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Ha un aneddoto da raccontare su questo?

«Sì, uno in particolare perché accadde durante una delle mie prime esperienze in emergenza. Ci chiamano di notte, un signore era in arresto cardiaco. Eseguimmo il massaggio cardiaco esterno e utilizzammo il Dae: quando lo strumento indicò di controllare la presenza o meno del battito cardiaco alla carotide lo feci e sentii il cuore battere. Fu un’emozione fortissima, ricordo che iniziai a gridare ai miei compagni, batte! batte!».

Questo intervento andò a buon fine, ma non tutti.

«Purtroppo no. Ricordo una scena sulla quale ho pianto. Ci chiamarono per un arresto cardiaco a un uomo. Andammo, ci adoperammo, la figlia era presente e gridava “babbo, non andare via, non andare via!” ma l’uomo non ce la fece. Al ritorno nessuno di noi aveva voglia di parlare».

Qual è l’attuale livello tecnologico in Misericordia?

«Molto professionale, grazie a Piero Paolini primario del 118 a Pistoia abbiamo strumenti avanzati come il Voyager, il Tablet, il Lucas (massaggiatore cardiaco elettronico) in arrivo, l’Ice Pack tutto in collegamento con il 118. Voglio aggiungere una cosa per chi non è mai contento. Entrando nelle case di chi sta male davvero, si capisce quali siano i veri problemi, le vere difficoltà, di quanto sia importante essere utili agli altri: è quest’ultima la moneta con la quale desideriamo essere pagati».

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