Un caso infinito, come quei 22 anni trascorsi in prigione da innocente. Venerdì scorso è tornata sotto i riflettori la vicenda di Giuseppe Gulotta, il muratore 61enne di origini siciliane residente a Certaldo condannato all’ergastolo per l’omicidio di due carabinieri, trucidati mentre dormivano nella caserma di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Era il 27 gennaio del 1976. Allora Gulotta aveva 18 anni. Ed era innocente. Ecco la storia raccontata dal settimanale Vald’Elsasette.

Il fatto

Uno dei principali indiziati per l’omicidio dei militari fa il suo nome. Gulotta viene posto in stato di fermo e, in assenza di un avvocato, viene sottoposto a un duro interrogatorio, vessato al punto da confessare un reato che non ha commesso. Pistola puntata in faccia e parole che non sembrano solo una minaccia: «Tu da qui non esci vivo». Quando giunge finalmente davanti al magistrato, il muratore siciliano ritratta, ma è troppo tardi. Nessuno gli crede. La condanna definitiva all’ergastolo è datata 1990.

Lui non si arrende, consulta più avvocati, fino a che non trova quello giusto. Giovane, bravo, ambizioso, che prende a cuore il suo caso. E’ il certaldese Pardo Cellini. Il legale studia le carte e si convince che Gulotta sia innocente. Si punta al processo di revisione ma poi una trasmissione della Rai, «Blu Notte», torna a parlare di quel duplice omicidio e salta fuori un testimone, un ex carabiniere, che ammette: «Quella confessione fu estorta».

Il 13 febbraio 2012, dopo 22 anni di custodia cautelare, Giuseppe Gulotta, assistito dai legali Pardo Cellini e Baldassare Lauria, viene assolto con formula piena ed esce dal carcere. Non è stato lui.

Il risarcimento

Dopo anni di attesa, arriva il risarcimento per ingiusta detenzione, dovuto per legge. Un assegno sostanzioso, visto che stiamo parlando di 6,5 milioni di euro, la cifra più alta che lo Stato abbia mai pagato per riparare a un errore giudiziario. Ma riguarda solo l’aspetto patrimoniale. E, infatti, venerdì scorso i suoi avvocati hanno presentato la richiesta di risarcimento per i danni morali ed esistenziali, richiesta indirizzata alla Presidenza del Consiglio (perché lo Stato negli anni non ha codificato il reato di tortura) e all’Arma dei carabinieri, come suggerito dalla Corte d’Appello, perché l’errore giudiziario è stato generato dalla falsa confessione estorta dai militari. Una cifra niente male: 66.247.839,20 di euro per ventidue anni trascorsi in una cella di 2,5×4 metri, dopo la bellezza di nove processi e con un ergastolo da scontare. Da innocente.

La sua storia

Questa è la storia di Gulotta, che è quasi passata in secondo piano di fronte a cifre così eclatanti, da vincita al Superenalotto. La storia di una persona. Anzi di due.

Perché ora si discute sulla cifra, dimenticando quello che lui ha passato. La verità è che non si può quantificare la vita di una persona. Non si può nemmeno immaginare la disperazione di un uomo che può stare alla luce solo poche ore al giorno. Lui che poi faceva il muratore. Costretto in galera, tra assassini e stupratori. Quanto valgono 22 anni di prigionia? Sei milioni di euro? Cento milioni di euro? Nessuno lo sa, perché una vita non ha prezzo. Provate a chiedere a un condannato a morte quanto pagherebbe per avere un giorno in più. Perché Gulotta era condannato a morire in carcere.

E poi c’è lei, Michela Aronica, oggi 59 anni, che poi nel 2012 è diventata sua moglie, almeno in chiesa grazie a una dispensa del vescovo perché il suo divorzio non era ancora definitivo. Quando si sono conosciuti lei di anni ne aveva 27.

L’arrivo a Certaldo

Ma facciamo un passo indietro. Gulotta viene arrestato nel 1976 e resta in carcere due anni e tre mesi in attesa di processo. Viene scarcerato per decorrenza dei termini e viene obbligato ad allontanarsi dalla Sicilia. A Certaldo ci sono alcuni compaesani e lui decide di trasferirsi lì. Tra un processo e l’altro passano gli anni, mentre lui fa il muratore. Nel 1986 conosce Michela, che lavora al bar-albergo Steccaia. Anche lei è di origini siciliane, ma la sua famiglia si è trasferita a Certaldo quando lei era piccina, 11 anni appena. Prima diventano amici e poi, dopo un anno, si mettono insieme. Lei ha già tre figli e poco dopo arriverà il loro, che oggi ha 31 anni. Michela, naturalmente, conosce la sua storia e crede ciecamente nella sua innocenza. Anche quando nel 1990 arriva la sentenza definitiva della Cassazione: ergastolo.

Giuseppe viene spedito nel carcere fiorentino di Sollicciano, ma dopo due mesi ottiene il trasferimento a San Gimignano. Lei non si perde d’animo, va a trovarlo due volte a settimana, il massimo consentito. Gli amici spariscono, qualcuno la addita come la donna del mostro, di quell’uomo che ha commesso un atroce duplice omicidio. Ma lei non molla, lo aspetta, piange per lui e con lui. Le resta accanto, per 22 anni, come solo una donna straordinaria sa fare. Anche se nel frattempo per Gulotta sono arrivati i benefici di legge: prima i permessi, poi la possibilità di lavorare fuori dal carcere e, infine, la libertà condizionata, dal luglio 2010, poco dopo l’inizio del processo di revisione. Dalle 23 alle 7 non può allontanarsi dalla sua abitazione e una volta a settimana deve andare a firmare in caserma. Ma almeno è a casa sua. Fino all’assoluzione del 2012.

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Da allora Michela si sta godendo il suo uomo. Qualche viaggio, a Parigi, in altre capitali europee, per riprendersi la loro vita. Per godersela, finalmente. Insieme. Con il sostanzioso assegno di risarcimento hanno prima pagato i debiti, tanti. Con l’Agenzia delle entrate, con la Banca di Cambiano che aveva concesso loro un finanziamento nonostante la loro situazione disperata. Poi hanno pagato i legali che li hanno seguiti in quegli anni. E che non avevano voluto nulla fino ad allora, che avevano praticamente lavorato pro bono, convinti che alla fine avrebbero vinto. Altrimenti ci avrebbero rimesso di tasca loro. Si sono comprati una bella casa, sempre a Certaldo, hanno sistemato i figli e hanno dato vita a una Fondazione, la Gulotta Giuseppe Onlus, che si occupa dei detenuti che chiedono il processo di revisione. Giuseppe vuole aiutare chi si è trovato nelle sue condizioni e che non ha avuto la fortuna di trovare un avvocato come Cellini.

Donna coraggio

La loro casa è a due passi dal centro. Un appartamento accogliente, con un grande open space, arredato con gusto. Lui è pacato, tranquillo. «E’ sempre stato così – racconta Michela Aronica – anche quando stavamo aspettando la sentenza della Cassazione. Persino quando andavo a trovarlo in carcere, lui era calmo, come se non stesse accadendo a lui. Mi ripeteva continuamente “stai tranquilla, non ti preoccupare, vedrai che prima o poi qualcuno si sveglierà”». Giuseppe Gulotta è fatto così, è il suo carattere, che l’ha aiutato, insieme alla speranza e alla sua famiglia.

Ma i primi mesi sono stati duri, anche lui ha rischiato di cadere in depressione, sempre solo in quella cella di 2,5 metri per quattro, bagno compreso. Ma poi ha cominciato a spulciare le sue carte, e non solo. Studia l’ordinamento giudiziario e scopre che anche per un ergastolano ci possono essere dei permessi, ovviamente dopo aver trascorso una parte della pena. Comincia a fissarsi degli obiettivi. La speranza.

Intanto, in prigione lavora, in cucina, e riesce a guadagnare qualche soldo, cinquecentomila lire al mese, che manda a casa, dove Michela è rimasta con i quattro figli. «Ho dovuto chiedere dei sacrifici ai miei figli, hanno dovuto smettere di studiare per andare a lavorare – interviene Michela – Mi piangeva il cuore, ho spiegato loro che poi avrebbero potuto riprendere in mano i libri».

Dopo sette anni Giuseppe ottiene il primo permesso, poi arriva quello per poter lavorare all’esterno, nella stessa impresa dove era impiegato prima. Intanto non molla, continua a cercare l’avvocato giusto che lo possa aiutare. Alla fine, nel 2000, lo trova. «Una mia carissima amica – spiega Michela – mi ha fatto il nome di Pardo Cellini, un giovane legale molto capace». «Io gli ho spiegato la mia situazione – interviene Giuseppe – gli ho suggerito che, secondo me, la mia assoluzione si trovava nelle carte del processo e poi gli ho detto: “Lei ha l’occasione di salvare un innocente dal carcere”. E lui ha creduto in me». Ma chiedere la revisione del processo non è una cosa semplice, occorre tempo, denaro e, soprattutto, argomentazioni valide. Passano gli anni e poi arriva la svolta. La trasmissione della Rai «Blu Notte – Misteri Italiani» torna a parlare del duplice delitto di Alcamo. E si dice che tutti gli imputati sono stati assolti, quando invece Gulotta sta scontando l’ergastolo. Michela e Giuseppe vedono uno spiraglio, vogliono contattare la trasmissione. Che ha anche un altro effetto: «riaprire» il caso sui social, con un blog che riprende la vicenda, che ha tanti commenti. Tra questi quello di una persona che sostiene che le cose non sono proprio andate come ha deciso il Tribunale. Spunta anche un testimone, un ex carabinieri che, alla fine, racconterà a un magistrato di Trapani come quella confessione fosse stata estorta con la violenza. La macchina della Giustizia si rimette in moto e nel 2010 inizia il processo di revisione, quando Giuseppe ha già ottenuto la libertà condizionata. «I primi mesi della libertà condizionata – dice Michela col sorriso – mi svegliavo la notte e lo toccavo per vedere se veramente era qui accanto a me». Poi, il verdetto del processo di revisione, datato 13 febbraio 2012. «Abbiamo ascoltato la sentenza mano nella mano, io Giuseppe e nostro figlio – racconta Michela – Con noi c’erano anche alcuni amici. E’ stata un’emozione incredibile, ci siamo abbracciati a lungo e poi l’ho guardato negli occhi e gli ho detto: “ora sei libero”». Ma c’è stato anche un piccolo colpo di scena, poche ore dopo. «Eravamo in albergo ad Alcamo, quando alle 5 mattina, ci chiamano dalla hall per comunicarci che ci sta cercando la Polizia – racconta Giuseppe – Siamo scesi e abbiamo fatto vedere ai poliziotti la sentenza, e loro hanno sorriso perché non erano stati avvisati».

Ora Michela e Giuseppe hanno 10 nipoti e sono pure diventati bisnonni. Ma ci tengono a sottolineare una cosa: «Abbiamo chiesto il risarcimento all’Arma dei carabinieri, ma non ce l’abbiamo con loro, con quei ragazzi che ogni giorno fanno il loro dovere. Il problema sono “quei” militari, che hanno macchiato la divisa».